Gyanjikhang, è cima! La nuova via italo-nepalese aperta da Luca Montanari e gli Sherpa.

Gyanjikhan vetta

Gyanjikhang: difficile da ricordare, scrivere e persino pronunciare. Ma per me e Giorgio è ormai un nome che non dimenticheremo mai, perchè legato ad una delle esperienze più straordinarie della nostra vita alpinistica. 
La scelta di questa montagna derivava dalla voglia di tentare la cima di un settemila poco conosciuto, in una regione – quella dell’Annapurna – decisamente più isolata e meno trafficata della Valle del Khumbu. Poche informazioni, pochissime relazioni, nessuna esperienza precedente: né io, né gli sherpa che ci avrebbero accompagnati, eravamo mai stati lì. Siamo partiti con spirito esplorativo, con l’approccio sognatore e determinato dell’alpinista alla ricerca di nuove vette da raggiungere e raccontare. Ma soprattutto, consapevoli del fatto che nessuna spedizione italiana era mai stata lì e questo, lo ammetto, ha contribuito a darci tantissima carica.
Luca “Sherpa” Montanari,  Giorgio “Evergreen” Sartori, “Big” Mingma Temba Sherpa, “Speed” Nima Sherpa: la cordata italo/nepalese ben presto si sarebbe trovata di fronte ad un’esperienza davvero unica.

Il lungo trekking di avvicinamento (9 giorni di cammino, con passi a 5400 metri), ci ha permesso di arrivare al campo base, a 4800 metri di quota, stanchi, ma ben acclimatati. Condizioni fisiche molto buone, morale altissimo, un’ottima compagnia. C’eravamo solo noi, accampati in un campo base praticamente deserto, e la montagna. Bellissima, misteriosa, nuova.
Il meteo e il nostro buono stato di salute erano dalla nostra parte e, in teoria, ci avrebbero permesso di portare avanti il programma di salita così come lo avevamo pianificato. In teoria.
Nella pratica, avevamo ricevuto dall’Italia notizie certe che la via classica, quella lungo la cresta, all’apparenza la più bella, era in realtà molto secca e pericolosa. Dovendo evitare, ci siamo spinti su dalla via del ghiacciaio, dove la linea sembrava più fattibile. Individuato ed allestito il campo 2 e saliti al campo per completare l’acclimatamento, ci siamo resi conto in realtà che la tratta dal campo 2 a campo 3 passava attraverso un corridoio delimitato, a sinistra, da un groviglio di enormi crepacci. A destra, sospeso ad un centinaio di metri sopra le nostre teste, un enorme seracco strapiombante, dal quale ogni giorno si staccavano pezzi enormi di ghiaccio che, a loro volta, innescavano valanghe di medie dimensioni lungo la traccia di salita. Insomma, un tratto impercorribile, il cui passaggio avrebbe comportato rischi enormi. Inutile raccontare la delusione e lo sconforto: quando si arriva ad un passo dalla vetta, quando la salute e le condizioni meteo sono buone, è davvero difficile rinunciare. E’ come se, all’improvviso, piombassero addosso tutto il freddo e la stanchezza che l’adrenalina e l’entusiasmo non avevano fatto sentire fino a quel momento. Così ci sentivamo noi, dopo aver constatato che sembrava davvero finita.

La nuova via.
Ma nella vita, negli interstizi tra pianificazioni ed imprevisti,  spesso si incastrano dei piccoli tasselli che noi non possiamo prevedere, ma che hanno il potere di cambiare il corso degli eventi: sono le opportunità. Mi sono reso conto che le nostre buone condizioni, il profilarsi di una lunga settimana di bel tempo e la presenza di 2 fortissimi sherpa, erano i nostri tasselli, infilati tra le due vie non percorribili.
‘Ci deve essere un passaggio più diretto e sicuro, ho visto la montagna, ho bene in mente l’immagine dall’alto del ghiacciaio. Ma soprattutto, non voglio mollare. Per Giorgio, per me e per tutti quelli che sono qui insieme a noi con il pensiero e con il cuore. Tentiamo’. Questo mi ripetevo, all’indomani di quello che doveva essere il giorno di riposo e che invece, insieme a Mingma e Nima, ho impiegato per tentare di aprire una nuova linea di salita. Abbiamo lavorato duro tutto il giorno per superare una bella parete di circa 60 gradi e, successivamente, una lunga cresta che abbiamo attrezzato interamente con corde fisse, per garantire la sicurezza durante la discesa. Il passaggio, infatti, avrebbe comportato l’attraversamento di una zona di grandi crepacci prima di raggiungere i pendii che portano al colle e, quindi, la cresta finale verso la cima. 
Quel giorno ero davvero stanco, avevo lavorato duro insieme agli sherpa, non avevo riposato. Ma dentro mi sentivo invincibile, appagato, felice.

La vetta.
L’indomani partiamo. 1 e 15 di notte, 25 ottobre. Un cielo stracolmo di stelle ed un freddo pungente, a 5800 mt di quota. 
Superiamo velocemente il tratto più ripido della cresta che ci conduce al labirinto di crepacci. Raggiunto il plateau, a circa 6200 metri, il vento si rafforza, Giorgio è costretto a fermarsi ogni cinque, dieci minuti a causa del freddo alle mani. Proviamo più volte a fare il cambio dei guanti, alla ricerca del paio più caldo. Avanziamo a fatica verso il colle che ci collega alla lunga cresta finale, verso la cima. Il vento aumenta, quasi fino a farci perdere l’equilibrio. Teniamo duro, in 4, uno dietro all’altro, con in testa Mingma. Siamo stretti nei nostri piumini, nei nostri pensieri, andiamo incontro alle luci dell’alba, incontro ad un sogno che sembra essere proprio lì, a pochi passi da noi. 
Giunti al colle, i raggi del sole non scaldano più, il vento è davvero fortissimo e il freddo insopportabile. Ma la cima è vicina, il terreno è meno ripido, la nostra determinazione non cede alle raffiche. 
Sento tanto freddo, ma vado avanti. Mingma è già in vetta, che ci aspetta. Dò una pacca sulla spalla di Giorgio, lascio che sia lui ad andare avanti. 
Gli ultimi metri sono davvero duri, ma i pensieri, i tasselli, la forza da casa, sono ancora più forti di questo muro di gelo che non accenna a diminuire. Alla fine, è solo gioia, tanta gioia. Le lacrime ghiacciano sulle ciglia, cerchiamo i nostri abbracci, pensiamo silenziosamente a quanti siamo, in realtà, quassù.
Al caldo della nostra tenda controlliamo il nostro stato di salute: qualche principio di congelamento, ma niente di grave. Solo al campo base, riposati, tiriamo le somme: un 7000, attraverso una nuova via, più sicura, per tutti quelli che vorranno salire questa meravigliosa montagna dopo di noi. Il primo 7000 per Giorgio, la prima salita personale per Mingma e Nima.
Ringrazio di cuore Giorgio, per la perseveranza che ha avuto nel raggiungimento di questo grande obiettivo, per non aver mai perso la positività, una dote che solo i grandi alpinisti possiedono.
E ringrazio i nostri compagni di cordata Mingma e Nima, fortissimi sherpa, ma soprattutto persone di gran cuore. Senza il loro aiuto, il loro sostegno e i loro sorrisi, non avremmo potuto coronare questo sogno.
Ad attenderci a Kathmandu i segretari di Miss Hawley, che hanno ufficializzato la prima salita italiana del Gyanjikhang e hanno constatato che la nuova via diventerà, con ogni probabilità, la salita più sicura, d’ora in poi.

Torno a casa felice, come sempre mi capita dopo aver trascorso periodi più o meno lunghi in Nepal. Ma mai come questa volta  mi sono reso conto che, qualunque sia l’obiettivo  da raggiungere e le difficoltà da superare, c’è sempre una via inesplorata che ci apre la strada.
Cercate i tasselli. Toverete le vostre opportunità.

Tashi Delek Gyajikhang.
Luca.

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